Brave a vendere lo erano, eccome.
Il cliente per loro era un chiodo fisso.
Lo accoglievano, ne ascoltavano le richieste, lo guidavano in ogni angolo del negozio.
Nessuno usciva da lì senza una nuova scarpa ai piedi.
Erano però anche tre personalità diverse.
Tre punti di vista che spesso non convergevano.
Per capirlo bastò il primo incontro, quando ci confessarono che il progetto del loro fornitore era tutto sbagliato.
«Stiamo cercando un’azienda che ci capisca, ma tutte e tre insieme».
Così, di primo acchito, appariva una faccenda per niente facile e, guardando quello che ci stava attorno, aveva tutta l’aria di essere un’impresa quasi impossibile.
Borse, vestiti, foulard, ciabatte, sneaker, tacchi, stivali, ballerine, portafogli, cinture, scarpe da cerimonia: il negozio scoppiava di prodotti.
Ricavare un piccolo magazzino era l’unica soluzione per svuotare quegli spazi dove la merce era esposta dal pavimento al soffitto.
«Un magazzino? Il negozio è già piccolo e voi volete accorciarlo?».
La proposta non trovò l’accoglienza che speravamo: se c’era una cosa che accomunava Silvia, Cristina e Mara era il timore del cambiamento.
Ma come avrebbero potuto i loro clienti trovare quello che cercavano, se scarpe, abiti e accessori erano distribuiti alla rinfusa?
Mescolate insieme, più categorie merceologiche potevano anche stare in uno stesso spazio, ma quello che mancava nel loro negozio era un criterio di marketing.
La borsa abbinata alla scarpa, il foulard abbinato alla cintura nella combinazione di un outfit da proporre ai clienti in cerca di un total look.
«E ma così non ci sta nulla».
Quello che invece avrebbe dovuto starci era proprio il prodotto, ma in una fascia di esposizione compresa tra 1 metro e 10 e 1 metro e 70: in questo modo avremmo attirato il cliente in una zona comoda per il suo sguardo e focalizzato la sua attenzione sugli articoli più strategici per la vendita.
Tutto il resto sarebbe finito in magazzino.
Alla fine, ne avremmo ricavati addirittura due da un totale di 50 metri quadrati di superficie per un effetto quasi miracoloso: ridurre gli spazi espositivi del negozio per farlo diventare più grande.
Era il budget invece a non essere grande.
Grazie al preventivo fatto dal fornitore precedente, le tre sorelle erano riuscite a ottenere un finanziamento: c’era quindi una somma a disposizione che però non poteva essere sforata.
Il progetto presentato dal nostro produttore esecutivo Francesco doveva stare dentro quella cifra.
Ma quello che all’inizio sembrava dovesse stare fuori, alla fine finì per fare parte del nuovo negozio.
«Sono io che faccio le vetrine».
Dette così le parole di Mara, la sorella più piccola, suonavano come un cartello di proprietà privata: sembrava davvero non esserci spazio per un nostro intervento.
Ma quelle vetrine straripavano di prodotti e un alleggerimento dell’allestimento era, a ben guardare, necessario.
Per questo si rivelò un passo fondamentale per il vantaggio competitivo del negozio la decisione di Silvia, la sorella maggiore, di inserire anche le vetrine nel progetto, nonostante i costi avrebbero sforato il budget.
La vetrina è l’avamposto della comunicazione di un negozio e la nostra visual merchandiser avrebbe trasmesso a quella scenografia le potenzialità di vendita.
Quella che Cinzia aveva allestito per il giorno di inaugurazione doveva rimanere intatta, ma nei tre giorni precedenti la vetrina aveva attirato alcuni clienti che chiesero di acquistare le borse esposte.
Così, per assicurarsele le pagarono in anticipo.
Quello che noi invece avevamo anticipato con le proposte di Luciana, project manager di Comin, erano le tendenze cromatiche delle stagioni future.
Esporre in vetrina borse di tutti i colori richiedeva una quinta dal tono neutro, ma comunque riconoscibile e che i toni pastello, dal beige al cipria, potevano garantire.
La scelta poi di mantenere il grigio antracite dei serramenti mirava a valorizzare il colore dell’immagine coordinata del negozio, anche se un giorno saltò fuori qualcosa di molto familiare.
Qualcosa che andava conservato e rivalutato.
Era sporco di polvere e di colla, pieno di arnesi e di attrezzi da calzolaio.
Quel tavolino ricordava il mestiere del loro papà, Marcello Favaretto, un cimelio che di certo non avrebbe tagliato la storia del negozio con il proprio passato.
Proporre di tagliargli le gambe, di farne un quadro e appenderlo dietro la cassa avrebbe avuto – insieme a tutto il progetto – il merito di tenere unite le diverse anime del negozio, fino al punto di fare dire a loro: «Complimenti. Siete riusciti a mettere d’accordo tre sorelle matte come noi».