Immagina un locale aperto ogni giorno fino alle due di notte.
Una birreria-paninoteca che è il ritrovo per i giovani di un piccolo paese della provincia di Pordenone.
La animano compagnie numerose di ragazze e ragazzi, boccali di birra alla spina e burger alti una spanna.
Immagina che dalla sera alla mattina tutto questo, su una strada a intenso traffico di Roveredo in Piano, non ci sia più.
Puff!
Sparito.
Immagina che a entrare in scena sia un giovane con un’idea in testa: ribaltare le abitudini di fruizione del locale per la comunità di quel territorio.
Apertura alle 6.30 per le colazioni, alle 12.30 per i pranzi fino alle 21.00 per gli aperitivi.
La virtù della cucina essenziale di Davide Fabris avrebbe preso il posto dell’Officina del vizio.
Ed è qui che finisce l’immaginazione e inizia la realtà.
«Mio nipote vuole aprire un locale».
A chiamarci quel giorno fu lo zio Marco, pasticcere di lunga esperienza nel paese di Aviano.
Ad ascoltarlo dall’altra parte del telefono c’era il nostro architetto Rossano.
Si trattava della prima esperienza imprenditoriale del nipote che quindi andava indirizzato e accompagnato nelle scelte di design e di marketing per una sfida che si presentava avventurosa già dal nome.
Erano i pirati nelle storie marinare a usare la parola Parlè quando c’era da fare una pausa per pianificare le sfide in mare aperto.
Ma in questa nostra storia già al primo sopralluogo ci fu chiaro che avremmo dovuto noi affrontare una sfida per portare il locale alla luce.
La sua atmosfera era quella tipica di un ambiente notturno: le pareti tinteggiate di grigio antracite, il bancone nero e quel soffitto sostenuto da travi di legno scuro che a Davide, tra l’altro, piacevano pure.
«Io le terrei così».
«Lascialo fare, lascia che faccia il suo lavoro» gli disse lo zio.
Per trasmettere al locale un’immagine diurna, il nostro architetto Rossano era convinto che bisognasse ribaltare i colori.
Più chiare le pareti con il beige avorio.
Sbiancato il soffitto e le travi di legno.
Bianco il bancone.
Sarebbe stato lui a dominare la scena.
Da quella posizione centrale, là in fondo alla quinta, sarebbe entrato nell’inquadratura di chi si affacciava all’ingresso.
5,5 metri di padronanza scenografica rivestita dal materiale plastico del Corian e dalla pietra verniciata in colore tortora sul frontale.
E in primo piano, a un metro di altezza, ecco le teche in vetro e le vasche refrigerate drop-in a incasso per la pasticceria, i tramezzini, i panini, le pizzette del pranzo e la piastra calda delle brioche per le colazioni del mattino.
Un vero e proprio pezzo di scenografia per la vendita.
Ma prima avremmo dovuto creare il presupposto: il percorso di avvicinamento dalla fioriera al bancone.
L’obiettivo era innescare il meccanismo di marketing adatto a quel tipo di locale: prima il cliente si avvicina all’esposizione dei prodotti, poi si siede per l’esperienza di consumazione.
Le piante verdi nella fioriera a un metro dall’ingresso lo avrebbero portato verso il protagonista della scena, attraverso un percorso di 6 metri tra i tavoli.
Proprio quei tavoli che, per scelta di Davide, sarebbero stati gli stessi del locale precedente, ma che noi avremmo caricato nel furgone e portato in fabbrica per tagliarli e rigenerarli in un’operazione di recupero e non solo.
Un tavolo grande si riempie alla sera con le compagnie di giovani, ma non di giorno con i lavoratori in pausa pranzo.
Tanti tavoli più piccoli e da pochi coperti avrebbero reso più flessibile la gestione della sala: più tavoli a disposizione da staccare e riattaccare in più composizioni a seconda delle esigenze dei clienti.
A trovare nuova vita sarebbe stata anche la vecchia e usurata panca in similpelle, rivitalizzata e rimbottita dai nostri artigiani, mentre del tutto nuovo sarebbe stato il portale sulla quinta studiato per dare più alta definizione all’inquadratura del bancone.
Di tutta questa storia avremmo immaginato tutto nelle conversazioni iniziali con Davide e lo zio.
Poi, l’immaginazione sarebbe cresciuta nei primi schizzi sul foglio, si sarebbe modificata nelle correzioni a matita delle bozze e consolidata nel disegno definitivo della planimetria.
Ed è qui che l’immaginazione sarebbe finita e la realtà avrebbe iniziato a fare il suo percorso: prima tra i reparti produttivi della fabbrica, poi con l’installazione negli 85 metri quadrati del Ristobar Parlè.