Non eravamo gli unici.
Quando arrivammo per il primo appuntamento, Nicola Narduzzi ci aveva lanciato subito il suo primo avvertimento.
Altri fornitori avrebbero conteso l’assegnazione del progetto.
Tra loro c’era anche chi aveva realizzato il negozio precedente, ed era pure un suo amico.
A portarci lì quel giorno era stato un nostro partner.
Eravamo alla terza collaborazione e come sempre avrebbe curato la fornitura dei banchi frigorifero.
«Ho bisogno di 5 metri, non me lo puoi accorciare».
Lo spazio era la sua fissa e a ogni incontro Nicola Narduzzi ci ricordava che ne aveva bisogno ovunque e nella misura sufficiente a collocare le attrezzature e a esporre i prodotti.
Pasta, composte, biscotti, grissini, olio, vino: nel nostro disegno tecnico avrebbero trovato posto a destra e a sinistra delle pareti, all’interno di espositori in legno di abete sbiancato come il fronte del bancone.
Se c’era un problema di spazio però stava proprio lì: i clienti si incolonnavano davanti alla cassa – zona di traffico intenso per ogni negozio – e non vedevano più il resto della salumeria.
All’appello, quindi, mancavano gli acquisti di impulso dei prodotti.
Una questione di marketing mica da ridere.
Spostare il punto cassa lontano dalla zona di ingresso poteva essere una soluzione da studiare, ma avrebbe funzionato solo se avesse creato lo spazio necessario per consentire ai clienti di vedere i prodotti mentre aspettavano di essere serviti.
«Io vorrei fare vedere di più i formaggi».
In effetti, lo aveva notato anche Luciana – project manager di Comin – durante il primo sopralluogo tecnico.
Nell’inquadratura che si presentava alla vista, appena entravi in negozio, i salumi erano in primo piano, i formaggi defilati da un lato.
Decidemmo allora di invertire le loro posizioni.
Ogni forma avrebbe avuto il proprio spazio esclusivo: posizionata lì, come una vera protagonista della scenografia, sopra la mensola.
Che fosse removibile fu l’accorgimento tecnico che studiammo dopo che Nicola aveva messo al corrente Luciana di un fatto: «I formaggi sudano».
Potere rimuovere le mensole per consentirne la pulizia, gli avrebbe permesso di rispettare le norme in materia di igiene nel caso di controlli Haccp da parte dell’Asl.
Per questo, anche i muri a cui erano appese sarebbero stati tinteggiati con uno smalto speciale per gli alimenti.
«Come faccio a dirgli che questa volta il negozio non lo farò con lui, ma lo farò con voi?».
Avere riportato i formaggi, con quella soluzione di design, al centro della scena aveva giocato a nostro favore, ma fu la creazione di spazi funzionali alla vendita – in quei 40 metri quadrati di negozio – a sciogliere gli ultimi dubbi e a fargli scegliere Comin.
Alla fine, riuscimmo a ricavare anche un piccolo ufficio che prima non aveva, oltre a mantenere quei 5 metri e a fare sembrare tutto un po’ più grande.
A confermarlo furono le prime settimane di apertura, visto che più di qualche cliente entrando nella nuova Salumeria Narduzzi si lasciò scappare: «Ma avete ingrandito il negozio?».
Il fatto che si trovasse nelle vicinanze di una rotonda, secondo Nicola Narduzzi non ne garantiva la visibilità dalla strada per le persone che passavano con la propria auto.
C’era bisogno di qualcosa che richiamasse la loro attenzione.
Per un casaro attento, la trasformazione nel calderone del latte in formaggio è la fase più delicata della produzione.
Il padre di Nicola faceva quel mestiere e di sicuro ci avrebbe procurato quel grande pentolone in rame.
L’idea era di piazzarlo nell’aiuola antistante la vetrina del negozio con tanto di autorizzazione del comune di Pagnacco e di luce puntata sotto la base perché attirasse gli sguardi anche di sera.
All’inizio non sembrava molto convinto, ma la moglie Manuela – il lato più estetico della coppia – gli fece vedere tutto da un’altra angolazione.
Anche la proposta di Luciana di allestire la vetrina con i taglieri appesi, al posto dei prosciutti, andava in quella direzione: aumentare la capacità attrattiva del negozio come strumento di marketing.
Un’evoluzione estetica della salumeria Narduzzi che trovò subito l’apprezzamento della moglie Manuela e che avrebbe raggiunto l’apice con il pavimento.
6 piastrelle in grès porcellanato, ognuna con un disegno diverso e posate in modo casuale sulla superficie calpestabile.
Una composizione creativa ripetuta più volte sul pavimento che avrebbe aggiunto valore all’unicità del negozio.
Era il tocco finale a un progetto che molte settimane dopo ci avrebbe riportato all’inizio della storia, alle prime parole che Nicola Narduzzi ci disse.
«Fate come che volete, purché alla fine l’effetto sia wow».